Il contributo del Terzo settore alla sfida dello sviluppo sostenibile

di Marco Ferrero

Abbiamo alle spalle un triennio per certi versi straordinario: per la prima volta il Terzo Settore italiano si è confrontato con il tema della Sostenibilità in modo analitico, verificando l’efficacia di oltre 200 buone prassi.

Lo ha fatto contemporaneamente a una profonda revisione organizzativa, imposta e promossa dalla Riforma del Terzo Settore, che ne riconosce il ruolo decisivo nella costruzione di un modello di sviluppo sociale ed economico inclusivo e sostenibile. Proprio in concomitanza con la sottoscrizione del Pilastro Europeo dei diritti sociali, il primo passo delle istituzioni per la costruzione di una cittadinanza europea.

Una bussola, frutto di un’ampia consultazione che con venti principi e diritti fondamentali, pone le basi per un nuovo processo di convergenza per affrontare migliori condizioni di lavoro e di vita in Europa. Un passaggio di valutazione degli Stati membri che verranno valutati su dodici aree sui progressi, con l’obiettivo di una “tripla A” sociale in tutta l’Europa.

Il Forum Nazionale del Terzo Settore, quale ente di rappresentanza del variegato modo del volontariato, dell’associazionismo e della cooperazione sociale, proprio a partire dal primo rapporto sulla Sostenibilità ha in questi ultimi anni riconcettualizzato le attività delle organizzazioni aderenti, verificando quindi in che misura tanto l’operatività attuale quanto le strategie future siano orientate a contribuire al conseguimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile approvati dall’Onu nel 2015 e che tracciano un’Agenda sino al 2030, articolata in 169 target.

Le azioni promosse riguardano poche decine di persone o può rivolgersi a tutta la cittadinanza laddove si opera, ad esempio, a tutela dei diritti (salute, istruzione, cultura, consumo, etc.), come ancora, quando l’azione riguarda beni comuni quali l’ambiente, il paesaggio e la cultura, il respiro dell’attività diventa universale abbracciando tutti, anche le generazioni future.

La matrice comune di tutte le esperienze è quella di creare condizioni e opportunità di partecipazione attiva per i cittadini volte a favorire processi inclusivi attraverso le più diverse modalità: aggregandosi in reti, sviluppano una fitta trama di relazioni infra-organizzative e con stakeholders esterni (es. altri Enti del Terzo settore, Istituzioni pubbliche, Università, imprese profit), che favoriscono la coesione e la rigenerazione del capitale sociale, elementi imprescindibili che stanno a monte di qualsiasi modello di sviluppo, a maggior ragione di uno sviluppo sostenibile.

Ognuna delle grandi reti che costituiscono il Forum è impegnata mediamente in ben nove Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). L’impegno prevalente (l’82%) è sull’SDG 3, salute e benessere. Il che esprime chiaramente il coinvolgimento della Società civile organizzata italiana nell’attuale frangente dell’uscita graduale dall’emergenza Coronavirus, reso bene dai contenuti dell’incontro del Social Economy Intergroup del Parlamento Europeo del 3 giugno scorso, riguardo la situazione causata dalla pandemia: revisione di alcune scelte che hanno contraddistinto uno sviluppo economico irresponsabile; salvaguardare la manifattura, attraverso soluzioni che garantiscano la permanenza sul territorio, lavoro equo e rispetto della legalità; rigenerare impresa, attraverso i workers buyout per ridare una speranza di lavoro, di continuità e di legalità; rinnovato impegno delle istituzioni verso l’economia sociale e per il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori.

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