La nuova industria “O sole mio” sta in fronte a noi

di Cristina Bonetti

In poco meno di una generazione, quella degli imprenditori-operari degli anni ’60 e ’70 e dei loro figli, il mondo è cambiato, dapprima lentamente e poi con sempre maggior rapidità.

Improvvisamente la finanza è diventata globale imponendo al mondo stesso di diventare globale; le innovazioni tecnologiche, la crescente velocità di processori e delle comunicazioni hanno ridotto gli spazi accelerando vertiginosamente i tempi sino a rendere quasi contestuale lo spazio tra azione e reazione.

A fronte di questi cambiamenti e della crisi socio-ambientale di questo nostro tempo, accentuata dalla pandemia Covid-19, il nostro territorio ed il nostro Paese tutto sono chiamati a scegliere se mantenere la residua capacità produttiva industriale ma allineandosi ai paesi competitivi, magari rinunciando ai diritti del lavoro, ai diritti sociali, chiudendo un occhio nelle procedure e nelle assegnazioni degli appalti, oppure darsi una nuova visione.

I grandi guru del pensiero competitivo di mercato – Porter, Kotler e altri – ci spiegherebbero volentieri nuovamente che «il vantaggio competitivo di una organizzazione parte dalla valorizzazione dei punti forti e che mai e poi mai si potrà prevalere in una competizione dove non abbiamo mezzi rispetto ad altri». Allora il pensiero strategico del nostro paese deve partire da due considerazioni:

  1. non possediamo materie prime per la produzione industriale, non abbiamo un mercato interno di sbocco per la produzione robotizzata che sforna quantità enormi di prodotti in breve tempo; (non si pensi ora ad un ritorno alla lira e alle sue svalutazioni, sarebbe come percorrere un vicolo cieco ed essere votati alla sconfitta in questo contesto).
  2. Abbiamo degli elementi distintivi rispetto ai competitors: storia, arte, cultura, paesaggi, montagne, costiere, culture selettive di qualità, servizi alla persona, università. Per molte ragioni in questi punti forti il nostro paese potrebbe invece eccellere.

È su questo secondo punto che lo stato, le nostre strutture produttive, logistiche e dei servizi devono investire. Sediamo sopra un patrimonio unico al mondo di una materia prima intangibile e ricercatissima: l’arte, la cultura, l’ambiente. Nessuno ci potrà mai portare via questo tesoro (a meno che noi non ci si impegni in modo deciso nella sua distruzione non attuando politiche di salvaguardia e rilancio, come purtroppo in alcuni ambiti si sta facendo).

Occorre avere coraggio per svoltare e “prendere in mano” un nuovo posizionamento della nostra meravigliosa Italia.

Possiamo diventare l’hub nel mondo per questa ricchezza unica, il luogo in cui trovare la risposta all’elevato bisogno di cultura, salute e benessere.

Trasformiamo il Paese in un meraviglioso parco per la gioia del vivere sano nel corpo, nella mente e nell’ambiente. Diventiamo noi stessi promotori di decise azioni volte al miglioramento degli indici PIF, Prodotto interno di felicità, o BES, Benessere equo e sostenibile, facendone una bandiera distintiva. Lavoriamo sullo stile italiano, il turismo, l’accoglienza, il servizio, l’arte, la cultura, i musei, le ville, i parchi, la salute ed il benessere, l’agricoltura, il cibo e la sostenibilità ambientale.
Investiamo in questi settori e aiutiamo con un enorme piano a riconvertire il sistema educativo, le attività produttive e le piccole imprese nel trasformarsi funzionalmente a questi scopi. Aiutiamo start up di giovani a partire in questi settori. Creiamo economie locali, circolari, inclusive, basate su scambi anche attraverso l’uso di monete complementari per aiutare le imprese, e di conseguenza l’intero paese, limitando così il ricorso alla leva finanziaria bancaria.

È questo un piano strategico per l’Italia? Sì. Realizzabile ancor più oggi in questa condizione di profonda crisi, ma attuabile solo con cooperazione, partecipazione e visione bandendo odio e divisioni funzionali solo alla distruzione. Ce la possiamo fare…

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