
Davide Pettenella è professore ordinario dell’Università di Padova, dove svolge la sua attività accademica presso il Dipartimento TESAF – Territorio e Sistemi Agro-Forestali. Tra i maggiori esperti italiani di economia e politiche forestali, vanta una lunga esperienza sui temi della gestione sostenibile delle foreste, delle filiere del legno e della bioeconomia. È componente del Comitato Tecnico Scientifico di AsVeSS – Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile del Veneto.
In questa torrida estate che sembra non finire mai, c’è una parola che abbiamo imparato a conoscere tutti: depavimentazione, o depaving, ovvero la rimozione della pavimentazione in eccesso e la conseguente ricreazione di uno spazio naturale in contesto urbano.
È forse la prima forma di “rinaturalizzazione” a diventare popolare presso il grande pubblico, complici anche gli effetti benefici sulla mitigazione delle isole di calore, ed è uno dei capisaldi del Piano nazionale di ripristino, o semplicemente PNR.

Il piano è, nelle parole di ISPRA, lo strumento programmatico previsto dalla normativa europea che «si articola in un insieme di azioni, dette “misure”, che l’Italia, come gli altri Stati membri, si impegna a realizzare per ripristinare gli ecosistemi terrestri, costieri, d’acqua dolce, marini, urbani, agricoli, forestali che risultano degradati, nonché per invertire il declino delle popolazioni di impollinatori e migliorarne la diversità, e ripristinare la connettività fluviale e le funzioni naturali delle pianure alluvionali».
Per farlo serve una strategia chiara, che l’Italia sta ancora mettendo a punto in questi mesi. «È ancora presto per dirlo, ma forse stiamo rispettando le tempistiche che ci ha dato la Commissione europea», spiega Davide Pettenella, professore ordinario del dipartimento TESAF dell’Università di Padova.
La prima bozza del piano è stata presentata nella primavera scorsa ed è stata oggetto di una consultazione pubblica, conclusasi nel mese di giugno.
«Rimane un grande problema strutturale in questo Piano – continua Pettenella – che ci portiamo dietro dall’avvio del dibattito e della discussione in sede di Commissione europea: il piano non è legato a uno specifico finanziamento comunitario, cioè non condivide la logica dell’altro Piano che conosciamo, quello di ripresa e resilienza, né tantomeno la stessa dotazione finanziaria».
La logica seguita dalla Commissione, spiega il docente padovano, risponde al fatto che, mentre i piani di ripresa post-Covid dovevano permettere all’economia dell’Unione di uscire dallo shock, il PNR dovrebbe rappresentare un cambiamento strutturale e un’innovazione delle politiche già in essere, ereditandone anche i fondi a disposizione.
«Per fare un esempio – chiosa Davide Pettenella – la politica di sviluppo rurale e la politica agricola comunitaria dovrebbero essere modificate in modo tale da includere iniziative di nature restoration. Lo stesso vale per quanto riguarda la politica energetica, per quella del verde e delle aree urbane e per la politica industriale. È piuttosto ovvio che, senza finanziamenti specifici, sia abbastanza difficile modificare in tempi rapidi politiche che hanno alle spalle molti anni e in alcuni casi decenni di applicazione, e quindi è prevedibile che ci ritroveremo soprattutto di fronte a un documento non di taglio operativo».
Le scadenze, però, incombono: entro il 2030 c’è da recuperare il 20% degli ecosistemi degradati, mentre tutti gli habitat danneggiati andranno ripristinati entro il 2050.
«Restaurare anche solo il 15% degli ecosistemi degradati potrebbe ridurre del 60% la perdita di specie», quantifica ASviS nel suo position paper, definendo «l’elefante nella stanza» il valore, non solo ambientale, della biodiversità.
ASviS, nel suo paper, sollecita anche l’Italia a usare il PNR come un’occasione di coordinamento tra le varie politiche esistenti. «Questo sforzo non è stato fatto – osserva ancora Pettenella –. Non conosco, in Italia, nessun’altra politica di settore che stia pensando di essere riorganizzata e riformata per raggiungere questi obiettivi. Lo posso dire con certezza matematica per quanto riguarda la politica forestale nazionale, anche perché sono stato il coordinatore del tavolo tecnico che ha elaborato il documento, realizzato con tempistiche e un coinvolgimento pubblico ben diversi e ben superiori rispetto a questo piano nazionale».
A mancare, insomma, sarebbe stato un input da parte del Ministero per rivedere la programmazione in ambito rurale, come nel caso delle foreste. Il Piano, nella versione in bozza, prevede la conversione di più di un milione di ettari di foreste di specie non autoctone in foreste di piante indigene. «Non solo non abbiamo finanziamenti adeguati, ma non abbiamo nemmeno norme operative per orientare i finanziamenti in corso per raggiungere questi obiettivi così ambiziosi» aggiunge Pettenella.
Mancano i coordinamenti, le partnership pubblico-private che mettano sul tavolo i terreni pubblici – oltre il 30% delle superfici forestali italiane è su terreni pubblici – per politiche di nature restoration. Allo stesso modo rischiano di comprimersi le forme di finanziamento private che potrebbero investire in questo senso.
La speranza potrebbe essere riposta nel passaggio normativo nelle varie sedi regionali che, però, come nel caso del Veneto con l’epidemia di bostrico e le altre eredità della tempesta Vaia, devono già affrontare sfide tutt’altro che banali.
Il rischio concreto è, però, che la politica si accontenti di fare poco, concentrata com’è su altri fronti, non ultimo quello dell’energia fossile e nucleare, e di sicuro faccia meno degli altri paesi europei.
«La Francia – conclude Davide Pettenella – si è fin da subito impegnata nell’approvazione di un piano nazionale, coinvolgendo operatori e istituzioni pubbliche. Allo stesso modo ha fatto la Germania, complice anche una forte sensibilità ambientalista nei vari Länder».
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