Tre transizioni in contemporanea e un modello ormai superato da archiviare: è questa la grande sfida che ha fatto da cornice all’incontro Transizione ecologica, demografia e digitale: le sfide della contrattazione, nel quadro del ciclo di seminari dell’Hub di competenze per il benessere territoriale BEtTER, promosso dal Centro Interdipartimentale di Studi Regionali Giorgio Lago (CISR) e coordinato da Patrizia Messina, professoressa associata di scienza politica all’Università di Padova.
Il lavoro, lo vediamo ogni giorno, ha cambiato e sta ancora cambiando forma. Lo ha ricordato bene nella sua introduzione Paolo Gurisatti, docente e componente del Comitato tecnico e scientifico di AsVeSS. Sono mutati tanto i rapporti di organizzazione interna alle aziende quanto le professionalità e, non da ultimo, quel modello “nordista” che nei decenni scorsi si era affermato come risposta italiana e del Nord-Est al fordismo più classico, ed è stato progressivamente superato.
A restare ancorate a questi stilemi sono ancora alcune amministrazioni locali e pubbliche, che talvolta sembrano agire con tempistiche e logiche proprie, e le regole stesse a cui la nostra comunità è chiamata a uniformarsi. Un aspetto che porta gli osservatori a rimettere al centro il tema della responsabilità, individuale e collettiva, nelle scelte. Serve, in ultima istanza, qualcuno che possa e voglia decidere, assumendosene l’onere, se si vuole sbloccare la situazione.
Ma quali sono le transizioni che coinvolgono la nostra società? In primo luogo quella digitale, attraverso l’AI e la robotizzazione, capace di influenzare i modi, i tempi e l’organizzazione del lavoro. Poi quella ambientale, dovuta anche al cambiamento climatico e alle misure di contrasto, mitigazione e adattamento. E, da ultima ma non meno importante, la demografia che cambia: meno figli, meno giovani e più anziani, certo, ma anche esigenze e stili di vita che richiedono tempi nuovi.
Ha chiarito ancora Luca Bertuola, funzionario Confcommercio e membro di AsVeSS, che la liberalizzazione del commercio ha avviato un ventennio di consumo di suolo non indifferente, con ovvie ricadute anche sulle tematiche ambientali.
Passare da una società di produzione a una di servizi è un cambiamento davvero radicale, lo stesso che intercorre tra essere operai ed essere commessi, verrebbe da ipotizzare. Ancor più radicale è il salto tra chi è impiegato nelle piccole e medie imprese del territorio e chi, invece, opera nella grande distribuzione organizzata. Cambiano le mansioni, cambia il contratto di lavoro, ma forse cambia anche qualcosa di più profondo, come il rapporto con il tempo.
Ma i sistemi di rappresentanza reggono il colpo di questo cambiamento? È una delle grandi domande che hanno accompagnato il dibattito. Il pericolo è che tutto ciò che si frappone tra impresa e lavoratore, compresi gli enti bilaterali, sia ormai lontano dalla realtà.
C’è una sorta di autoreferenzialità che isola queste istituzioni, le quali pure godono ancora dei contributi tanto dei lavoratori quanto delle imprese, dalle reali necessità di chi lavora. Chi lavora vede i propri bisogni sempre più personali, parcellizzati, e questo limita, modifica e talvolta rende estremamente difficile intercettarne quelli che possano essere “collettivi”.
Può ancora un modello di welfare pensato per “classi” e categorie reggere il colpo della modernità? Riformare o rifondare?
Qui il dibattito si fa acceso e serrato, tra il rischio di perdere per strada decenni di risultati ottenuti con la contrattazione e la possibilità che ciò sia già avvenuto, sulla spinta di un modello che si è retto più sui fringe benefit che sull’aumento dei salari legato alla produttività.
«Devo ascoltare che cosa c’è bisogno di rappresentare – chiosa la professoressa Messina – non lo posso decidere io rappresentante». Un problema comune, viene osservato, a molteplici rappresentanze, non solo settoriali ma anche politiche.
La sfida, quindi, è oggi costruire un ecosistema intorno al lavoro che tenga insieme formazione, casa, welfare e ambiente: un approccio trasversale ai problemi, per non perdere di vista l’obiettivo di uno sviluppo realmente integrale.
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