di Giampiero Dalla Zuanna

L’Europa ospita il 10 per cento della popolazione mondiale, produce il 20 per cento del Pil, ma la sua spesa per il welfare è il 50 per cento di quella mondiale.

Sostenendo il lavoro e la sanità, il welfare europeo ha impedito al Covid-19 di generare un numero ben superiore di morti e di disoccupati.

Gli adulti europei, produttori di reddito, attraverso il prelievo fiscale e i contributi pensionistici sostengono il benessere di bambini e anziani, ossia di quanti il reddito non sono ancora o non sono più in grado di produrlo. Per mantenere il nostro welfare, i produttori devono essere così numerosi da sostenere i consumatori di welfare. Quando parliamo di welfare europeo dobbiamo quindi parlare anche di demografia.

La sfida che ci attende nei prossimi decenni è difficile. In Europa fra il 1960 e il 2020 il rapporto fra le potenziali “bocche da sfamare” di età 0-19 e 70+ e i potenziali lavoratori di età 20-69 è stato sostenibile, perché il continuo aumento degli anziani è stato compensato dalla rapida diminuzione dei giovani. Nella seconda metà del Novecento la demografia è stata quindi favorevole al welfare e allo sviluppo economico. Nel prossimo trentennio, invece, anche tenendo conto delle possibili immigrazioni, gli adulti in Europa diminuiranno rapidamente (2 milioni e 400 mila persone in età 20-69 in meno ogni anno), mentre i figli del baby boom nati nel 1950-70 diventeranno vecchi (un milione e 800 mila ultra-settantenni in più ogni anno). Nel 2050 in Europa vi saranno 70 “bocche da sfamare” ogni 100 persone in età di lavoro, mentre oggi ce ne sono 53.

La sfida da affrontare in l’Italia e nel Veneto è ancora più drammatica. Da qualche anno l’Italia e il Veneto vivono una “tempesta demografica perfetta” a causa dell’incremento della sopravvivenza oltre i 70 anni, di una prolungata bassa fecondità e di saldi migratori negativi o debolmente positivi per i giovani e per gli adulti. Nel 2050 in Italia e nel Veneto, se le prudenti previsioni dell’Istat si realizzeranno, ci saranno 82 persone da accudire ogni 100 persone in età da lavoro, contro 70 su 100 nella già vecchia Europa.

Si dice spesso che dalle crisi si può emergere più forti di prima, se si impara la lezione. La lezione del Covid-19 per le famiglie è stata molto severa, perché – come ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia Visco nelle Considerazioni finali del 29 maggio – se il Pil nel 2020 rischia un meno 13%, per il 20 per cento delle famiglie più povere la perdita potrebbe essere addirittura doppia. Per mitigare questa tragedia, poiché la povertà aumenta con il numero dei figli, andrebbe modificato il sistema degli aiuti fiscali alle famiglie, allineandolo con quello di altri paesi, come la Francia, il Regno Unito e la Germania. Andrebbe istituito l’assegno universale per i figli a carico, disboscando l’attuale ginepraio di detrazioni, assegni familiari e bonus. Sarebbe un passo importante che – come avvenuto nei paesi citati – aiuterebbe le coppie che lo desiderano ad avere un figlio in più, rallentando il processo di invecchiamento.